Paolo Iacchetti. Continuo, 2014
Tecnica: Olio su carta su tavola
Dimensioni: cm 110x105
Anno: 2014
Mostra
Periodo
03/10/2020 — 01/11/2020
Luogo
Palazzo Sarcinelli, Conegliano, TV
Paolo Iacchetti, una perdurante conversazione con la pittura
di Matteo Galbiati
Una delle prerogative che affascinano della ricerca di Paolo Iacchetti è che, da pittore, ha imparato davvero ad ascoltare le esigenze del colore e, recependone le istanze più intime, ne insegue l’impalpabile e inarrivabile interiorità rappresentativa. Questo suo desiderio di riprodurre sulla superficie del dipinto – nell’oggetto comunemente definito come quadro – la dimensione intellettiva e la ragione altra del fattore cromatico lo ha indirizzato ad un modo differente di praticare la tecnica pittorica e di assimilarne il linguaggio. Iacchetti, infatti, ha sempre respinto la quiete della maniera, l’edulcorata tranquillità della certezza resa abitudine formale e, ponendosi in una prospettiva dialogica con il mezzo espressivo, ha indelebilmente segnato il suo percorso di ricerca in un’ottica di costante revisione e di iterata e ripetuta trasformazione di ogni assunto, marcando la coraggiosa rinuncia di
un’impronta stilistica pre-ordinata a vantaggio di una libera riflessione che è calata nella natura più intima della pittura, scelta e voluta per vocazione come referente di espressione poetica. La pittura è stata sempre sollecitata in un continuo stato di rinnovamento, alterazione, mutamento nella sua fisicità e nella base primaria dei suoi gradienti e dei suoi
costituenti che riverberano, sulla superficie dipinta, lo stato di fibrillazione della loro sensibile tangibilità ed evidenza, i quali si trasferiscono da un vecchio ciclo di lavori al nuovo quando la ragione del fare e del rappresentare si sono esauriti nel primo per rigenerarsi nel secondo. Questa considerazione e attenzione di Iacchetti nell’ascoltare la risonanza del linguaggio pittorico, che si legittima nella visione e nel raffronto diretto con lo spazio attivo e propositivo dell’opera, apre la via alla sua scelta metodologica secondo cui il colore resta evento inarrivabile e irrefrenabile.
È, infatti, la sua tensione rappresentante, simbolica, trasfigurante e ideale a sentire l’esigenza, primaria, ancestrale, irreprimibile, di motivarsi in una sempre nuova forma.
Da pittore questa rinuncia consapevole all’identità stilistica ha arricchito la suaesperienza artistica di una variabile ricchezza di serie, di tipologie o di famiglie di lavori differenti che – sempre strettamente vincolati da un legame e una logica che oltrepassano l’evidenza superficiale e apparente – inducono, nel tempo, a catalizzare le reazioni dello sguardo nella dinamica di incontro con altre sensibilità, mai solo come speculazione, per quanto dotta e intellettuale o puramente teorica, ma ponendo un accento esclusivo sulla volontà di dichiarare il colore stesso quale fattore fisico aldilà di ogni ripetuta rappresentazione, proprio perché inteso nel trasgredire la sua consistenza formale assoluta.
Il colore di Iacchetti accarezza, nella sua natura fenomenologica, il felice arbitrio della visione che predispone un dibattito aperto che non preclude, e nemmeno rinnega, la consonanza con i raggiungimenti concessi da una storia pregressa, scritta dai maestri che l’hanno preceduto. Il debito con modelli, il raffronto con la storia passata e quella del recente presente è in lui una sincera confessione che non chiude mai, però, la sua arte in una filiazione scolastica o, peggio, emulativa.
È proprio nel desiderio autentico di andare oltre, di trovare altre strade e altre vie, che sappiano portare ad altre risposte, dopo aver individuato la pregnanza degli interrogativi cui sono state interpellate, che comprendiamo meglio la sua autonomia.
Come molti artisti della sua generazione, anche Iacchetti, rischia di essere configurato come erede della stagione analitica dell’arte italiana della fine degli anni Sessanta e Settanta, di quella visione internazionale che ha trovato sponda nell’annichilamento prescritto dal senso di rinuncia e azzeramento che il Minimalismo radicale ha prepotentemente imposto o di una tensione pulsante propria di taluni maestri dell’Espressionismo Astratto. Questi tre macro modelli sono certamente presenti e considerati, studiati e osservati, meditati e sentiti dall’artista, ma bisogna iniziare a delineare, come si diceva, per le caratteristiche del suo linguaggio appena accennate, che questi legami o corrispondenze storiche debbano essere per forza ridimensionati per non opacizzare l’individualità di un sentire e respirare la pittura che sa essere incondizionata e assolutamente libera nel campo della propria indipendente originalità.
Compresa la propria origine, Iacchetti ha naturalizzato quel suo ideale pittorico che lo ha spinto, nel corso degli anni, a legittimare col colore la traslitterazionedel pensiero attraverso l’azione fisica del dipingere. In questa ribadita concretezza del fare e dell’essere della pittura va ricercata l’essenza della forza del suo lavoro: dipingere lo riporta dentro l’interpretazione della realtà delle cose; è il suo essere al mondo, alla ricerca di manifestazioni aperte della realtà che inseguono il loro valore a-temporale nella testimonianza del dipinto, senza rimanere imprigionate nei confini stretti della figura. Il riscontro con questa tensione coerente e perdurante della pittura, quale assetto fisico del pensiero che ha voce e corpo nel colore, richiama alla memoria la pittura di Cézanne il quale non cercava mai di dipingere la natura, quanto di concretizzare le sensazioni che da questa trasfiguravano. Questa è la radice semantica, il mantra, l’assioma motivante che ha regolato in Iacchetti tutti gli equilibri e le speculazioni attivate dalla sua pittura: tutto questo gli ha consentito di andare ben oltre i modelli di partenza studiati e sentiti come esperienza sorgiva, forse di riuscire a “dimenticarli a memoria”, per non cercare più un’oggettività inarrivabile, per non motivare una mera considerazione intellettualistica speculativa sul senso e sul valore della pittura, ma di aprirsi sempre alla meraviglia del non dato. La pittura ritrova la bellezza di un’armonia che concorda molteplici aspetti della realtà e li definisce in una gamma di sensazioni cromatiche che si aprono alla loro segreta molteplicità variabile, connettendo il visibile con l’invisibile emotività che da sempre ci circonda.
Il dibattito, quindi, non deve orientarsi nel senso di originalità o non originalità, quanto nel cogliere quella indecifrabile conversazione che l’artista intrattiene con la pittura il cui esito è esperienza, è attitudine a intenderne lo spartito invisibile che genera i suoi esclusivi accordi con il mondo. Il colore è logicamente un atteggiamento fisico, perché deve compiersi come motivante tentativo di verità. Celebrarsi nella sua forma ultima, in quell’esito finale – l’opera – che non rinnega l’espressività e le risultanze che, agite non senza qualche conflitto severo, muovono la mano del pittore. Il suo esercizio continuo vuole ripensarsi sempre e, perciò, non insegue l’esibizione, quanto si impegna in una scrupolosa indagine mai pienamente soddisfatta dalle sue conquiste e dai suoi traguardi.
Attraverso il tempo ritroviamo l’atmosfera del colore passare cicli evolutivi che dalmonocromo silenzioso si traferiscono alla vibrante pulsazione del segno e, in tempi recenti, perfino si sono identificati con una tridimensionalità che ha reso scultorea la pittura – non sono certo questi lavori sculture colorate! – a ribadire la raffinata memoria del desideroso apparire del contingente nella/dalla trascrizione pittorica: Iacchetti insegue la morbidezza espressiva del colore marcandola con quella durezza intrinseca che la innerva nel mondo, la determina nell’esistere presente.
Ritrovare nella concretezza una matrice concettuale permette alla sua pittura di emanciparsi dalla ristrettezza del “pensiero comune”, perché radicalizza la concezione di un colore non come mezzo passivo di narrazione rappresentativa, ma come massa agente, attiva e reattiva, capace di un’autonoma e indipendente forza energetica che stabilisce nessi di relazione continuamente rinnovati ed estremamente mobili.
Il dinamismo del suo fare, del resto, si lega a questa vibrante mobilità del pensiero che si riflette nella gestualità artistica del “pittore” che, nello spazio vuoto della tela, nella porzione di infinito senza direzioni dello spazio bianco, asseconda un dubitare che si compie fino a porre l’immagine nella condizione estrema – non senza un certo carico di responsabilità – di essere una trasfigurazione fisica di una intuita suggestione che cerca nella realtà una sua oggettiva, per quanto sempre diveniente, sensibilità fisica.
La ratio del fare di Iacchetti si pone nei termini di originarità e non di originalità, sebbene permanga sempre una personale e autonoma lettura, del fattore pittorico: il senso della modalità espressiva, che ha dettato i capitoli della sua ricerca pittorica, va cercato, quindi, nell’irrefrenabile e irrinunciabile volontà di essere fattore agente, origine di una trasfigurazione mentale nell’orizzonte delle cose visibili e vivibili, di essere sempre sorgente fresca dell’intuire e non la placida contemplazione di un orizzonte immutabile. Richiedono, in questo senso, impegno e sforzo i suoi lavori e, per sottrarli alla banalità dell’ovvio e alla superficialità dell’apparenza, vanno affrontati con una sensibilità fisica e non solo mentale. Il loro hic et nunc trasferisce l’attesa di una corrispondenza e infrange il risultato di una meditazione intellettuale, perché richiede proprio l’assimilazione della loro presenza tangibile: i dipinti sono un glossario che favorisce l’osservazione disciplinata e che inietta il vedere nellospazio dei concetti. Quello spazio che non è concetto secondo una trascrizione
fontaniana, ma è esso stesso il campo di verifica di quei principi che chiariscono il senso della realtà. La pittura di Iacchetti è allora il chiarimento del concetto, è la prova provata vissuta nell’esperienza, è la sua esternazione più accorata e sentita che lascia cogliere la sorpresa di recepire, nell’alterabilità cromatica, il divenire delle verità sensibili.
In questa pulsazione istintiva e accorata abbiamo le ragioni del sentimento di quel confronto che lo anima, che spinge la sua mano a riconsiderare di continuo le prove imposte-proposte dalla pittura. La sollecitazione, ribadita e instancabile, capace di rivoluzionare completamente l’apparire dell’opera, il mostrarsi e il manifestarsi incessante del colore sono la ricchezza semantica della sua poesia pittorica che trasmette a chi l’osserva – soprattutto se si ha la possibilità di un confronto, di una lettura incrociata con opere di periodi diversi – la speranza inattesa di non affievolirsi nella ripetizione, di non logorarsi, erodendo la propria logica, in modelli superati.
Iacchetti sa sempre come impegnare la pittura nel raffronto critico con se stessa. Allora tutto si sottrae dall’assillo della riconoscibilità più scontata, che per molti artisti rischia di diventare una dorata prigione dell’ego mortificato dall’esibizionismo a sacrificio della propria individuale ricchezza. L’itinerario compiuto da Iacchetti passa per una strettoia impervia, forse rischiosa, ma la sua determinazione non scende a compromessi e insiste sulla sollecitazione coraggiosa degli elementi primari che riescono, alla fine, ad avvantaggiarsi della ricchezza della visione, conquistandola con la consapevolezza salvifica del suo (che poi è il nostro) continuo relazionarsi.
La base di questo legame ribadisce le proprie feconde “promesse” nel pieno convincimento che la pittura abbia in sé la motivazione del continuo cambiamento che collima con il pari mutare della nostra sensibilità, della nostra ragione, del nostro sentimento che si riflette, in un approccio differente, con la realtà esteriore e la sua verità. Ecco allora la pluralità corale che intenziona le ultimissime tele, quasi a costruire un ordine di movimento che riconfigura lo scintillante intreccio delle precedenti tessiture segniche, ultimo esempio di questo costante permutare il modo, ma mai la sostanza del suo agire intuito.
Il rapporto col colore è in Iacchetti un inscindibile legame con la positività di undesiderio esaudibile, è un esercizio meditativo di calma e attesa, un respiro che sfuma e sente la pittura diventare azione che constata la vita. È il fattore di presenza che legittima nel vuoto, nel turbinio del suo enunciato totalizzante, la certezza concreta della natura.
È un lavoro che presagisce una dialettica consequenziale, che cerca una logica argomentativa di tipo relazionale, perché non può fare a meno di nutrirsi anche dello sguardo e del coinvolgimento dell’altro, dell’ampiezza delle sue suggestioni che sommano nuove e impensabili esperienze a mutare il confine finito del quadro in un orizzonte aperto e indeterminabile.
L’idea di agire (per sottrazione, sovrapposizione, contaminazione, …), rimaneggiando, attraverso gli elementi costituenti, la semplicità edotta della pittura così come lui la intende, cancella le possibilità di retoriche letture preconcette: le diverse direzioni espressive non smarriscono la coerenza dello sguardo interiore che le ha congegnate ma, al contrario, ne affermano con sempre lucida schiettezza l’intima essenza.
Iacchetti si disancora da un legame troppo stretto con un mezzo, quello pittorico, che per lui è sempre un referente, un nesso corrispondente con cui stabilisce i contorni di uno stile che è strettamente correlato all’intuizione del continuo esercizio della riflessione e del pensiero sulla pittura stessa. Solo allora sappiamo accogliere l’antico valore che l’ha resa linguaggio universale nell’arte e che nello sforzo iterato dall’esperienza artistica di Paolo Iacchetti ha una
peculiare testimonianza: la pittura è, nella sua dimensione più alta, sempre voce di bellezza.
Non come estetica superficiale, bensì come valore profondo che è traduzione del mistero dell’esistere. Sono questi elementi nobili che guidano Iacchetti a riscoprire le fondazioni trasfiguranti di quel bello, altrimenti inspiegabile e inconoscibile, che emancipa nell’arte la realtà del mondo rendendola eterna e senza tempo.
Catalogo PDF
Opere Collegate
Tecnica: Olio su carta su tavola
Dimensioni: cm 110x105
Anno: 2014
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 50x48
Anno: 2018
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 85x80
Anno: 2015
Tecnica: Olio su tela
Anno: 2019
Tecnica: Olio su tavola
Dimensioni: cm 110x105
Anno: 2015
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 130x180
Anno: 2011
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 130x180
Anno: 2011
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2010
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 47x53
Anno: 2011
Tecnica: Olio su tavola
Dimensioni: cm 85x80
Anno: 2015
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 50x50
Anno: 2013
Tecnica: Olio su tavola
Dimensioni: cm 110x105
Anno: 2015
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 42x40
Anno: 2016
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2020
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 50x48
Anno: 2018
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2020
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 45x43
Anno: 2019
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2016
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 85x80
Anno: 2018
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cmm 100x95
Anno: 2020
Tecnica: olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2019
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 45x43
Anno: 2018
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 100x95
Anno: 2017
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 150x145
Anno: 2007