Tetsuro Shimizu. Abbaglio, 2021
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: cm 120x80
Anno: 2021
Mostra
Periodo
03/07/2021 — 08/08/2021
Luogo
Palazzo Sarcinelli, Conegliano, TV
Nella pittura, le sorti dello sguardo
La pratica costante del colore di Tetsuro Shimizu
di Matteo Galbiati
Nello studio di Tetsuro Shimizu il colore si percepisce entrando, c’è odore di olio sempre fresco, segno di un lavoro che non si ferma mai, non smette nel rispetto del bisogno costante del proprio esercizio. Ci sono le tavolozze che accumulano cromie strato su strato, lucide e pastose, pronte ad accogliere il pennello che miscelandole le riunisce e le modella sulla tela con una danza liberatoria del gesto. Ci sono barattoli ordinati e suddivisi, ciascuno qui ha il proprio pennello esclusivo perché, in questo caso, il colore viene dato in purezza, nel rispetto della sua identità e di quella nuova che poi, comunque, assumerà nello spazio del quadro. Ci sono i pastelli, i barattoli di pigmenti puri, le opere in lavorazione che combinano sempre un mosaico di forme e tonalità sempre diverse intonando la parete ad uno spazio dove il colore pulsa nel farsi della sua azione pensata e agita. Potrebbe essere uguale a molti altri studi d’artista, eppure questo spazio di lavoro ha qualcosa di speciale, catalizzando la tensione visionaria dell’artista che lo vive e delle sue intenzionalità sempre attive e in divenire. Lo studio dell’artista è il laboratorio vissuto alla vecchia maniera, è il luogo dove il lavoro è seguito come una missione ed è praticato con una costanza quotidiana che ne verifica l’autentica e inalienabile necessità. La pittura qui vive e trova il suo tempo esclusivo per diventare poesia, pensiero, immagine, per assorbire le emozioni e renderle interpretabili per altri sguardi.
Se per molti artisti il laboratorio è quasi uno spazio neutro dove esibire i risultati conseguiti o dove raccoglierli o archiviarli, nascondendo, talvolta, per gelosia o per uno strano timore, gli “attrezzi” del mestiere, Shimizu, invece, lascia tutto in vista ciò che vive sempre attorno a sé: sono tutti elementi indispensabili, compagni di una quotidianità che ritrova sempre un dialogo con il tema della pittura e dei suoi contenuti, sono strumenti sempre pronti per essere messi all’opera. Il luogo del suo lavoro è, come si diceva, vivo, vivace, attivo; ha un’aria davvero peculiare, perché si coglie, pur nel silenzio della concentrazione, magari interrotta dall’amata musica classica e lirica, una tensione palpabile dove nulla è lasciato al caso, nulla è scevro da una storia singolare. Ogni presenza concorre a legittimare l’altra in un complesso meccanismo le cui regole di funzionamento sono indecifrabili nella loro determinante costanza. È il primo spazio dove l’opera si manifesta non solo come oggetto creato, ma come esigenza espressa.
Entrare nel suo studio, avvicinarlo mentre lavora, parlare delle opere, vedere l’avanzamento dei progetti, oppure semplicemente confrontarsi durante una visita di piacere significa condividere con lui la sua esperienza e la sua missione di artista e, nello specifico, di pittore. Qui già si comprende come non si potrà mai trasgredire dal richiamo delle sue opere che risucchiano la vista in un vortice di emozioni.
È questa vibrazione partecipata che anticipa ogni volta un senso profondo che porta su altre ragioni il contenuto della pittura, oltrepassando la “figura” che si dispone sulla superficie. I suoi dipinti sono nesso fra lo spazio e il tempo delle vicende umane. La sua pittura è una soglia sempre aperta, è un ambiente di accoglienza e condivisione oltre la fugacità del tempo stesso. Ogni dipinto diventa e si compie come campo d’azione per lo sguardo, impegnato a comprendere ogni intonazione cromatica, a dipanare ogni segno che fisicamente si definisce in una elettrizzante carica inesauribile. L’essere pittore per Shimizu, come si diceva, è una missione di vita che non cede mai proprio all’insistere del tempo, ma cerca addirittura di prevenirlo, di prevederlo, di anticiparlo di avanzare oltre se stesso. In questa attitudine al fare abbiamo esplicitata la motivazione fondante del dovere e dell’enunciato pittorico dell’artista: dipingere è un atto progressivo, inesauribile che rimanda ad un flusso di visioni, pensieri, riflessioni, emozioni, considerazioni – di fatto di vita – che sono il fuoco ardente che anima la sua infaticabile prosa pittorica.
Tetsuro Shimizu è allora un narratore del colore e con il colore; letteralmente lo scrive sulla tela dibattendo con esso, ascoltandone le esigenze, le necessità, piegandolo alla trascrizione emotiva dei suoi patimenti e infondendogli la peculiarità esclusiva dei propri. La scrittura cromatica si dispone, allora, come intarsio di una sequenzialità che sa di non trovare mai la certezza di una stabile ultimazione. Se questo modo di procedere pare essere definito da una casualità esecutiva, in realtà – torna il rapporto con il tempo – la sua pittura ha la capacità di chiarirsi come idea e di seguire una traccia progettuale prestabilita, ma mai come direzione certa, rimandando la sua genesi ad un orientamento, prova di un percorso che poi ha la sua salvezza ultima nell’appropriarsi del dubbio, della revisione, dell’imprevedibile istanza che è dettata nel momento dell’esecuzione del dipinto stesso.
Il modello, la forma della pittura è già quasi chiara nella mente dell’artista, si profetizza come un dono, e si riserva di partire già dalla forma del telaio perché nemmeno quella è una scelta ovvia: la destrutturazione della forma del quadro, aperta da fessurazioni, tesa da avvallamenti, orientata in punte o allargata ad un campo troppo vasto perché possa essere coperto dal colore, è il motivo cardine che dimostra come anche questa certezza sia franta. Nemmeno il quadro riesce a dominare una forma unica, ogni opera per dimensione e profilo è irripetibile, figlia di un momento preciso e di un preciso innesto del colore. L’azione che Shimizu impone al telaio è determinata dalla prevedibile oscillazione che il cromatismo aggiunge con la sua ondata emotiva che spezza consuetudini e certezze a ricercare un punto di quiete e di fermezza che non è stabilito a priori.
La tensione all’immagine lascia dubitare la forza espressiva degli stessi colori che sembrano scomporsi continuamente come in balia di un turbinio di sentimenti contrastanti che ne ostacolano la legittimazione ultima. Ogni pennellata insiste in un’impressione specifica la cui polarità spesso diverge rispetto a quella che le è prossima, esito di gestualità che energicamente si rincorrono una dopo l’altra, una dentro l’altra in una in-determinazione che risponde a quell’intarsio, spesso e fisico, che è il colore.
Shimizu non concepisce mai un’immagine figurale, la sua tensione espressiva l’ha sempre guidato ad una specifica grammatica tesa a ridefinire la dialettica tra colore e forma, tra principio coloristico e trascrizione esplicita; la sua caratteristica, pertanto, è quella di mantenere vivo e pulsante il gesto originante, di rispettarlo profondamente e legittimandone l’essenza più autentica, senza nemmeno tralasciare di assecondarne le imprevedibili variazioni che si concede nel momento stesso in cui avviene il delicato momento dell’incontro tra il pennello e la superficie della tela; tutto questo insieme di azioni avviene senza comprometterne mai lo spirito e l’intima forza trasfigurante della sua originarietà. Shimizu, in questo senso, conscio del “motivo” di partenza opera con la consapevolezza, che diviene convinzione nella pratica, di dover anche seguire l’imprevedibilità dei suggerimenti del colore stesso e, allora, se il pensiero sa dove vuole andare e cosa vuole ottenere, il risultato finale si appropria di quegli incontri e di quelle svolte che lungo il percorso si presentano. In questo senso, se nell’aspetto finale che osserviamo da spettatori, si legge un rutilante processo di fenomeni incontenibili e tutto sembra ancora sospeso in un turbine di eventi in svolgimento, l’artista consolida questo processo proprio accogliendo, ripensando e accumulando la pittura in spessori che oltrepassano lo spessore dell’immagine compiuta.
La manifestazione più autentica di Shimizu è quella di non bloccare mai l’opera in un profilo ultimativo, la “figura” non si congela mai in un esito conclusivo che è immagine fissa, ma vive di un moto proprio, di uno spazio fluido e permeabile, ha una consistenza corporea, fisica, sensibile e spaziale che la rilanciano nell’ambiente (anche attraverso, come si diceva la struttura stessa del telaio-supporto). Ecco quindi che l’icona pittorica supera il suo statuto di fissità e diventa presupposto agente, si pone come sorgente attiva di un fare che riassume in sé tutte le sfumature intuitive del suo pensiero. La modalità espressiva di Shimizu coordina in modo sorprendente riflessione e azione secondo una fiducia irrinunciabile nel mezzo pittorico e nel suo potere trasfigurante e universalmente comunicativo.
Il colore diventa spazio per coinvolgere la mente e il corpo e, secondo un impermanente fluire di atti – ascendenza o tributo indiretto alle proprie origini orientali che ne apparentano la mentalità ad un determinato profilo filosofico –, origina altre forme e altre essenze nella solidità che si ostenta come verità fisica: il colore ha corpo e origina forme e spazi, lezione appresa dallo studio profondo che Shimizu ha svolto negli anni sugli insegnamenti di Cézanne. Del maestro della contemporaneità pittorica Shimizu coglie proprio l’uso prospettico del colore che scava il dilemma bidimensionale agendo in proprio, senza l’uso del disegno, senza una prospettiva certa e stabilita. È il primato del colore che acquisisce lontananza e vicinanza; vibrando delle sue luminosità risolve dubbi e quesiti estetici. La liberazione dai modelli è esito di una meditazione rincorsa nel pieno dell’atto del dipingere, perché ascolta le sensazioni cromatiche e le cattura prima che passino oltre, prima che affondino nella repentina oscurità della maniera. La ripetizione stanca snatura la ragione stessa del suo fare e non potrebbe avere seguito alcuno, rimarrebbe immotivata proposta di qualcosa che ha perduto la propria verità d’origine. Ripetersi sarebbe come attingere da una sorgente inaridita e prosciugata. Shimizu si attiene alla sua coerenza d’azione, ma ogni dipinto è un capitolo a sé, è pagina differente di quel raccontare e raccontarsi che avviene in quella purezza – contaminata e contaminante – che è proprio del suo modello cromatico.
La proporzione dei suoi colori suggerisce l’inarrestabile spinta evolutiva delle sfumature che ricusano ogni consuetudine alla ripetizione esatta e ritrovano, in questo, la possibilità di rilevare e restituire la natura viva delle cose: prescindendo dalla cromia più evidente o emergente, ogni tela di Shimizu è una dichiarazione di vita, è un protrarsi di verità tangibili che stanno nel nostro universo fisico e che, rese impalpabili dalla sonorità astrattiva, ripristinano ogni volta il valore irrinunciabile e innegabile della sensazione cromatica tanto cara a Cézanne.
Nello studio, dipingendo, l’artista spalanca finestre sul mondo senza doverlo avere davanti, trova il sentimento umano senza confrontarsi direttamente con esso nel momento in cui lo vuole raccontare, le sensazioni stabilite dal colore sono un atto di memoria viva che rivive delle esperienze avute e che ne condivide con altri – e diversamente – il risultato finale. La forma, che fa assumere alle cose e alla relazione che si stabilisce e definisce con quanto accade intorno, è la lezione massima che desume nuovamente dall’artista francese spingendo oltre il moto della tensione costruttiva attraverso la sua matura aniconicità: questa è logica conseguenza di quanto accade nel nostro animo, diventa significa partecipazione a quel fluire continuo di colori che sono specchio del nostro essere dentro le cose del mondo, nel turbine di quegli accenti marcati ritroviamo le sottili differenze delle nostre esperienze. Il suo è un colore che avvolge fresco gli occhi e assottiglia i dettagli per modulare un qualcosa di più grande ed indecifrabile che, però, ha le proprie radici in ogni cosa.
Il conforto con il colore ci dichiara, sempre più, la concentrazione devota di Shimizu alla pittura: è il luogo dove vive il suo struggimento, dove ribadisce la sua forza e il suo trasporto emotivo, dove assopisce i tradimenti e le penose vicissitudini del tempo, dove ritrova speranza, fiducia e gioia nella vita. Tutti gli elementi si decompongono nella struttura materica dei cromatismi per annullare l’immagine completamente, per azzerare ogni raffigurazione limitante e così la “figura” si disperde e risorge in un divenire costante e incontenibile, inarrestabile e inevitabile, del suo fondamento primario.
Il colore è misura e bisogno etico e morale, il suo silenzio figurale vive al pari della sua tormentata pastosità esclamativa, tutti gli elementi che compongono l’opera riconciliano la propria connotazione in quell’equilibrio di opposti che fanno convivere, essenzialità e ridondanza, austerità e indulgenza, sublime grandiosità e sconcertante timidezza. Occhio e cuore, mente e mano si avvicinano al colore sapendo che quello che verrà concepito non sarà mai abbastanza, ma con la fiera consapevolezza della sostanziale potenza di un’immaginazione incapace di privarsi della sua sensibilità. Il senso di non finito, di incompiutezza che pare attanagliare ogni opera non è un doloroso tradimento, o una rinuncia all’esattezza del dipinto, anzi, è il legittimo atto di scomposizione fluida con cui l’artista interpreta lo statuto e l’essenza del mondo. Non c’è, di fatto, mai una fine conclamata, ma una sospensione colta e abbracciata, accettata nella sua dimensione, che sa di dover passare il proprio testimone all’opera successiva, a quella che deve ancora farsi e compiersi, forse lei destinataria di quell’eredità intellettuale che saprà accedere ad un impercettibile atto rivoluzionario ovvero garantire un’emozionalità sempre nuova.
Supportato da un nobile rispetto per il “mestiere” del pittore, Shimizu alimenta un cromatismo che scorre vivo, che pulsa, che sa essere decisivo e propositivo, mai teatrale; il suo segno dà solidità alle idee e ai sentimenti, è la vorticosa vertigine della sua partecipazione alla coscienza del mondo. La sua pittura è un’emancipazione rivoluzionaria che zampilla nella sua stessa disarticolazione, nelle fratture, nei depositi che affiorano o sprofondano. È lo stato di conoscenza di quel colore che è l’elemento base della sua pratica.
Il colore, così, amplifica il disadorno orizzonte dell’ovvio che ci circonda scovando nei suoi recessi le inudibili esigenze dell’uomo, in questo modo risolleva dal vuoto le sorti e le speranze del nostro sguardo.
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